Trieste è la città che mi ha insegnato a scrivere.
— James Joyce

Certe città non si lasciano solo visitare. Ti osservano, ti camminano accanto, ti parlano piano.
Trieste non mi ha accolto. Mi ha aspettato.
Sono arrivata una mattina d’inverno, quando il cielo era più carta che cielo e la bora soffiava come una pagina strappata. Avevo in tasca un taccuino, una sciarpa troppo leggera, e il desiderio antico di seguire le orme di James Joyce, che qui visse, scrisse, insegnò, si perse, e si ritrovò.
📖 Sulle tracce dell’autore
Non è difficile trovarlo. È ovunque.
Joyce è una statua snella in bronzo, che attraversa il Ponte Rosso con le mani in tasca e lo sguardo assorto, forse intento a scegliere una parola.
È nell’aria umida delle librerie, nel profumo del caffè nero servito ancora oggi in tazzine spesse, come al tempo dei suoi pomeriggi al Caffè San Marco.
Mi sono seduta proprio lì, ordinando un espresso e tirando fuori Gente di Dublino, mentre fuori pioveva con la timidezza di una poesia.
Erano giorni grigi, ma i suoi personaggi ardevano come candele nel buio”, ho scritto sul mio taccuino.
🏛️ Trieste letteraria
In ogni angolo, questa città è fatta di parole e silenzi.
Passeggiando lungo il Canal Grande, mi sono sorpresa a pensare quanto Joyce fosse, in fondo, un uomo di confine: irlandese di nascita, europeo per vocazione, triestino per scelta.
Qui imparò l’italiano e insegnò l’inglese. Scriveva Ulisse mentre osservava la gente passare, ascoltando voci che non gli appartenevano e che pure diventavano sue.
Trieste è così: una città che non possiede nulla, eppure tutto ti regala.
🌬️ La città come personaggio
Quel giorno, la bora soffiava forte. Così forte che pensai: forse è il respiro della città stessa, che ogni tanto ha bisogno di ricordarti che è viva.
E mentre camminavo lungo il molo Audace, cercando l’orizzonte tra le nebbie, ho sentito Joyce bisbigliare — non nella mente, ma tra i ciottoli bagnati:
> “Non esiste straniero che non sia già parte della città che lo ospita. Trieste mi ha accolto senza parole. E le parole, allora, ho iniziato a scriverle.”
📚 Sussurro finale
Sono ripartita con poche fotografie, molte pagine scritte e la sensazione che Trieste non fosse solo un luogo, ma una voce.
Una voce che sa attendere in silenzio.
Che ti guarda scrivere.
E che, se la ascolti con attenzione, sussurra frasi come questa:
> “Non dimenticarti di raccontare. Le città hanno bisogno di qualcuno che le ricordi a voce alta.”
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📝 Curiosità letteraria
James Joyce visse a Trieste tra il 1904 e il 1920, in diverse case, una delle quali si trova in via Bramante 4. Lì scrisse parte di Ulisse e Gente di Dublino.
Amava profondamente la città, nonostante i disagi economici e l’instabilità.
Molti studiosi considerano Trieste il suo vero laboratorio creativo.
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📌 Se ti è piaciuto questo sussurro…
Ti consiglio di leggere:
“Trieste e una donna” di Jan Morris – un ritratto struggente e poetico della città
“Gente di Dublino” di James Joyce – per capire da dove partì, prima di approdare a Trieste

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