All’alba del 1° dicembre 1948, la spiaggia di Somerton, ad Adelaide, si svegliò con un silenzio insolito. Sulla sabbia, appoggiato contro il parapetto della diga, giaceva un uomo. Indossava un abito elegante, scarpe lucide, il volto sereno come se stesse semplicemente dormendo. Ma non respirava più.
Chi era? Nessuno lo sapeva. Non aveva documenti, né portafogli. Persino i vestiti raccontavano un enigma: le etichette erano state tagliate con precisione chirurgica.
Era l’inizio di uno dei misteri più inquietanti del secolo: il caso dell’Uomo di Somerton, conosciuto anche come Tamám Shud case.
Il biglietto che diceva “La fine”
Durante le indagini, gli investigatori scoprirono un dettaglio ancora più inquietante. Nella tasca nascosta dei pantaloni c’era un minuscolo frammento di carta con scritto “Tamám Shud”, che in persiano significa “è finito”.
La frase proveniva da una rara edizione del Rubáiyát di Omar Khayyám, un’opera poetica che riflette sul destino e sulla caducità della vita. Ma chi aveva voluto cucire quel messaggio addosso a un uomo senza nome?
Pochi giorni dopo, un cittadino consegnò alla polizia una copia del libro da cui era stato strappato il frammento. Dentro c’erano due elementi inquietanti: un numero di telefono e una sequenza di lettere apparentemente in codice. Forse un messaggio segreto. Forse la traccia di una vita da spia.
Un corpo che raccontava segreti
L’autopsia rivelò altri dettagli. L’uomo era in salute, atletico, con muscoli sviluppati da chi pratica danza o sport intensi. Ma c’erano stranezze: la forma dell’orecchio, presente solo nell’1% della popolazione, e la dentatura priva di alcuni incisivi laterali.
Il medico legale concluse che la morte fosse compatibile con un avvelenamento. Eppure, nessuna sostanza tossica fu trovata nei tessuti. Un veleno raro, impossibile da rilevare all’epoca?
Nelle tasche, oggetti comuni e inquietanti allo stesso tempo: biglietti di treno mai usati, chewing gum, un pettine di plastica americana. Nulla che spiegasse chi fosse davvero.
Una donna e un segreto
Le indagini portarono a una misteriosa infermiera, Jessica Thompson, che viveva non lontano dalla spiaggia. Quando le mostrarono la copia del Rubáiyát, impallidì, ma negò ogni legame. Alcuni sospettarono una relazione, altri una storia di spionaggio internazionale in piena Guerra Fredda.
C’è chi credette che l’Uomo di Somerton fosse una spia russa, chi invece pensò a un uomo comune intrappolato in una rete di segreti troppo grandi.

Il colpo di scena del DNA
Per oltre settant’anni, il caso rimase sospeso nel tempo. Poi, nel 2021, il corpo fu esumato. Il DNA, estratto da capelli conservati in laboratorio, permise di tracciare un albero genealogico di migliaia di persone.
Finalmente, un nome emerse dalle ombre: Carl “Charles” Webb, ingegnere elettrico di Melbourne, nato nel 1905.
Un uomo reale, con una famiglia, con un passato. Non una spia, non un fantasma. Ma perché si trovasse ad Adelaide, e soprattutto perché morì in quel modo, resta ancora un enigma.
Una fine che non è davvero una fine
“Tamám Shud”, è finito. Eppure, il mistero dell’Uomo di Somerton non si è concluso. Forse conosciamo il suo nome, ma non la sua storia.
Chi era davvero Charles Webb? Un marito in fuga, un amante respinto, o un uomo inghiottito dalle trame oscure della Guerra Fredda?
La sua identità restituita non basta a placare le domande. Ed è forse proprio questo che lo rende immortale: il suo segreto continua a vivere, sospeso tra poesia, spionaggio e destino.




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