Nel profondo della campagna del Maine, negli anni ’70, un giovane insegna inglese in una scuola superiore e scrive racconti per pagine sparse. Stephen King non è ancora il Re dell’Orrore che conosciamo oggi: è un marito, un padre, un uomo che fatica a guardarsi allo specchio e a immaginare una carriera come scrittore. Vive in una roulotte a Hermon, nel Maine, insieme alla moglie Tabitha e ai loro figli, lavorando come insegnante e lottando per far quadrare i conti e i sogni.
In quel contesto fragile nasce l’idea di Carrie — non come un romanzo prestigioso, ma come un semplice racconto breve da inviare a una rivista, un esperimento che potrebbe catturare l’attenzione con la sua originalità. L’ispirazione è un miscuglio strano e potente: da un lato la crudeltà degli adolescenti, delle dinamiche sociali spietate che si manifestano nei corridoi delle scuole, dall’altro il fascino inquietante della telecinesi, l’idea che la mente possa muovere il mondo stesso, tocchi invisibili che possono modificare la realtà. Ogni parola scritta porta con sé il peso delle esperienze e delle paure universali, e questo rende il tema tanto intrigante quanto spaventoso. Ma la prima volta che King mette mano alla storia, qualcosa non va. Dopo appena tre pagine, disturbato e insoddisfatto dal modo in cui le idee prendono forma, aggrotta il foglio, lo accartoccia, e lo getta nel cestino, sentendo che la vera essenza di Carrie è ancora in attesa di emergere, un potenziale inespresso che reclama di essere liberato.
È Tabitha a riscrivere il destino di Carrie, un compito che richiede non solo abilità, ma anche una profonda comprensione del cuore umano. Recupera quei fogli accartocciati, li libera dalla cenere delle sigarette, li liscia con cura e consegna al marito non solo carta, ma fiducia: “Hai qualcosa qui. Voglio sapere come va a finire.” Ogni parola sussurrata è un atto di creazione, un passo verso la realizzazione di una storia che esplorerà le profondità della solitudine e della sofferenza. Senza quel gesto, senza quella voce amorevole che vede valore dove altri vedono spreco, il mondo forse non avrebbe conosciuto Carrie White, la ragazza emarginata la cui vita e tormenti avrebbero toccato molti cuori. La determinazione di Tabitha non solo ha fornito a Stephen King l’ispirazione necessaria, ma ha anche gettato le basi per narrazioni che sfidano il tempo. In questo scambio di supporto e amore, Stephen King non sarebbe diventato il gigante che tutti conosciamo, e il mondo letterario avrebbe sicuramente perso una delle sue storie più potenti e significative.

Una protagonista fuori dal coro
Carrie White non è una ragazza forte in senso epico, ma è una giovane anima lacerata dal dolore e dall’ingiustizia. Non è una guerriera, non ha amici popolari, non appartiene a nessun gruppo, e questo la rende ancora più vulnerabile e coraggiosa nel suo silenzio profondo. È invisibile agli occhi del mondo — e questo la spezza in profondità, infrangendo il suo spirito. Invece di vivere una vita piena di momenti di gioia e spensieratezza, si ritrova a vagare nel corridoio della scuola, circondata da sguardi indifferenti, sogni infranti e risate derisorie che affondano come pugnali nel suo cuore. Vive a Chamberlain, in una città immaginaria del Maine, sotto l’occhio opprimente di Margaret White, sua madre: una donna posseduta da una religiosità esteriore e distruttiva, che trasforma ogni impulso umano in un peccato da espiare. La sua casa è un luogo di paura e silenzio, in cui ogni parola è pesante come un macigno e ogni gesto è scrutinato con occhi rigorosi. Margaret non ama Carrie: la giudica, la punisce, la controlla con una ferocia che devasta la psiche di una ragazza già fragile, lasciando cicatrici invisibili ma profonde, che la perseguitano e la isolano ulteriormente dalla possibilità di una vita normale e serena, privandola dei sogni di una felicità che sembrano così lontani.
Quando scopriamo Carrie, lei è un’adolescente che non capisce il proprio corpo. Dopo una lezione di educazione fisica, nella doccia, riceve il suo primo ciclo mestruale — e, non avendo alcuna informazione da parte della madre, è convinta di star morendo. Con il cuore in gola e una crescente sensazione di panico, decide di restare da sola, sperando che la situazione si risolva da sola. Le compagne di scuola, invece di soccorrerla, la deridono. Guidate da Chris Hargensen, la ragazza più popolare e crudele, lanciano tamponi e assorbenti come se ogni oggetto fosse un insulto alla sua umanità. L’eco della loro risata mescolata al suo pianto riecheggia nel bagnetto, amplificando il senso di isolamento e paura. In quel momento umiliante, qualcosa dentro Carrie si accende: una scintilla di potere che risponde non solo alla paura, ma al dolore stesso. Quell’istante di vergogna diventa un punto di non ritorno, segnando l’inizio di una trasformazione che cambierà il corso della sua vita, risvegliando in lei capacità che nemmeno sapeva di possedere.
Bullismo e marginalità: la scuola come arena
La Thomas Ewen High School è un microcosmo: non l’Americana idealizzata, ma un’arena dove la vulnerabilità viene schiacciata, ridicolizzata, consumata. Carrie è la ragazza che non capisce le battute, che non ha vestiti all’ultima moda, che non sa parlare il linguaggio segreto dei gruppi sociali. Tutto in lei è bersaglio di derisione — non per un difetto reale, ma perché la diversa suscita fastidio, paura, disprezzo. In un ambiente dove le apparenze e le etichette sono tutto, Carrie si sente sempre più isolata, un pesce fuor d’acqua tra gli studenti che sembrano incarnare un ideale irraggiungibile. Ogni giorno che passa, le sue insegurezze si intensificano, e le risate alle sue spalle diventano un’eco assordante, alimentando una spirale di solitudine e desiderio di accettazione. È in questo contesto che la forza dell’amicizia e della comprensione si rivelano essenziali, ma per lei rimane un miraggio, poiché la merce più preziosa in questo mondo scolastico è l’appartenenza, e l’assenza di essa può essere devastante.
Non è solo la violenza fisica che ferisce Carrie, ma l’isolamento, la sensazione di non esistere per gli altri. Ogni scherno è un colpo alla sua percezione di sé. È qui che King entra nella mente di Carrie, e lo fa con un’intensità quasi dolorosa: non descrive solo eventi, ma stati d’animo, sensazioni che chiunque sia stato adolescente riconosce, anche senza poteri soprannaturali.
La scoperta del potere
Fin dall’inizio del romanzo, piccoli segnali premonitori suggeriscono che Carrie non è del tutto ordinaria. Oggetti che si spostano senza contatto, piccole esplosioni di energia, un potere che risponde alle emozioni — non alla razionalità. Ma è con la trauma nella doccia che la telecinesi si rivela in tutta la sua intensità, prima come riflesso istintivo alla sofferenza, poi come forza che Carrie imparerà, lentamente, a dominare.
La telecinesi non è un semplice effetto speciale o un regalo narrativo: è metafora del potenziale represso, della furia che nasce quando si sommano anni di ignoranza, sprezzante cattiveria e rifiuto totale. È una vendetta non solo fisica, ma simbolica: l’urlo di chi non ha mai potuto urlare.
Sue Snell e il prom: un barlume di speranza
Tra i compagni di classe, però, non tutti sono mostri. Sue Snell, una delle ragazze che hanno partecipato alla doccia umiliante, sente un rimorso che la consuma. Capisce di aver agito per conformarsi, per paura di diventare il prossimo bersaglio. Nel tentativo di espiare, convince il suo fidanzato Tommy Ross ad invitare Carrie al ballo di fine anno — non come scherzo, ma come gesto di gentilezza.
Per Carrie, l’invito è come una promessa di normalità. Per la prima volta, qualcuno la guarda non come un oggetto di derisione, ma come una persona. Per un attimo, sembra possibile pensare che la vita possa essere diversa.
La notte che spezza tutto
La notte del prom è un punto di non ritorno. Carrie entra nel palazzo illuminato, incanta la folla, e viene eletta reginetta. Ma la gioia è fugace: in un attimo, il piano crudele di Chris e del suo complice Billy Nolan si compie. Una cisterna di sangue di maiale viene rovesciata su Carrie, un macigno di umiliazione che supera ogni insulto precedente.
In quel momento, tutti i pezzi della sofferenza di Carrie si saldano: il dolore di una vita di emarginazione, le parole non dette, i colpi subiti. È come se ogni insulto si traducese in potere puro, incontrollabile. E così, Carrie scatena la sua furia telecinetica, non solo nel palazzo del prom, ma su tutta la città di Chamberlain. Ogni porta sbattuta, ogni vetro che si frantuma, ogni fiamma che divampa è un urlo contro il mondo che l’ha rifiutata.
Oltre l’orrore: la tragica umanità di Carrie
La distruzione raggiunge proporzioni apocalittiche, ma al centro di tutto resta una ragazza che chiedeva solo di essere capita. Alla fine, quando la violenza si placa e il sangue si posa, Carrie torna da sua madre — l’unica figura che l’ha amata secondo la sua deformata idea di amore. Il confronto tra le due è brutale e struggente: Margaret vede nella figlia non una vittima, ma una mostruosità da punire fino alla fine.
È un momento che spezza il cuore: la furia incontrollabile non nasce da malvagità innata, ma da anni di dolore, di giudizio e di solitudine.
Un’eredità che perdura
Carrie non è soltanto un romanzo horror: è una dissezione del dolore adolescenziale, della rabbia soppressa e della potenza di chi è stato ignorato troppo a lungo. Ha segnato l’inizio della carriera di Stephen King, ha aperto porte nel genere e continua a parlare — a lettori e lettrici — perché tocca nervi profondi: il desiderio di essere accettati, la fragilità dell’identità, la cruda realtà del bullismo.
E tutto questo quasi non sarebbe mai esistito senza una donna che credeva nel valore di alcune pagine scritte male: Tabitha King. Senza di lei, il mondo non avrebbe conosciuto l’urlo di Carrie — e forse il cuore di molti di noi non avrebbe trovato un riflesso così potente nelle sue pagine.
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