La lunga marcia di Stephen King (Richard Bachman): lo specchio silenzioso de L’uomo in fuga

Published on

in

Stephen King e Richard Bachman: scrivere oltre il proprio nome


Per capire davvero La lunga marcia, bisogna partire ancora una volta da Richard Bachman.
Non come semplice pseudonimo, ma come alter ego narrativo di Stephen King.
Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, King era già uno degli autori più riconoscibili del panorama horror. Ma il successo aveva un limite concreto: l’editoria non permetteva a uno scrittore di pubblicare troppo spesso. King, però, scriveva in modo compulsivo. E soprattutto scriveva storie che non rientravano sempre nel “marchio” Stephen King: meno soprannaturali, più politiche, più nichiliste.


Così nasce Richard Bachman.
Un nome dietro cui King nasconde i romanzi più duri, più spogli, più crudeli. Romanzi in cui non c’è redenzione, non c’è speranza, non c’è il conforto dell’horror classico. La lunga marcia, scritto quando King era giovanissimo ma pubblicato solo anni dopo, è forse l’opera bachmaniana per eccellenza: asciutta, ossessiva, disumanizzante.


Quando lo pseudonimo verrà smascherato, King dirà che Bachman è morto di “cancro dello pseudonimo”. Ma i libri restano. E parlano ancora.


Una premessa semplicissima (e terribile)


La trama de La lunga marcia è disarmante nella sua semplicità:
cento ragazzi, scelti ogni anno, partecipano a una gara. Devono camminare. Sempre. Senza fermarsi mai. Chi rallenta troppo riceve un avvertimento. Al quarto, viene ucciso. Chi resta in piedi alla fine… vince.
Non sappiamo quasi nulla del premio. Non importa davvero.
Quello che conta è la marcia.
Non c’è fuga, non c’è strategia, non c’è ribellione organizzata. Solo passi. Uno dopo l’altro. Fino a quando il corpo, o la mente, cedono.


La lunga marcia e L’uomo in fuga: due lati dello stesso incubo


Leggendo La lunga marcia dopo L’uomo in fuga, è impossibile non cogliere il legame profondo tra i due romanzi. Sono diversi per ritmo, ambientazione, struttura, ma condividono la stessa ossessione: un sistema che promette una possibilità e consuma vite.
Se L’uomo in fuga è la storia di un uomo che tenta di scappare, La lunga marcia è la storia di ragazzi che non scappano affatto.


E qui nasce lo specchio.
Ne L’uomo in fuga:
uno solo corre
il mondo lo insegue
la società è rumorosa, televisiva, spettacolare


Ne La lunga marcia:
cento camminano
nessuno li insegue
la società osserva in silenzio


In entrambi i casi:
si cade uno dopo l’altro
la morte è regolamentata
la partecipazione è “volontaria”
Ma il movimento è opposto.
Uno tenta di uscire dal gioco.
Gli altri restano dentro fino alla fine.


La vera violenza: la lentezza


Se L’uomo in fuga è ansiogeno perché frenetico, La lunga marcia lo è perché non accelera mai. King costruisce un’angoscia lenta, fisica, accumulativa. Il dolore non esplode: si deposita.


All’inizio i ragazzi parlano, scherzano, si raccontano. Sembrano normali. Poi il passo diventa pesante. Il sonno si insinua nei pensieri. Le conversazioni si spezzano. I nomi smettono di contare.


Uno degli aspetti più disturbanti del romanzo è proprio questo: la perdita graduale dell’identità. I personaggi non muoiono in modo spettacolare. Semplicemente… non ce la fanno più. Cadono. E la marcia continua.
Non c’è tempo per elaborare.
Il gruppo va avanti.


Il consenso come arma


Come ne L’uomo in fuga, anche qui nessuno è tecnicamente costretto. I ragazzi si iscrivono. Vengono celebrati. Sono guardati con ammirazione. La violenza non è un’imposizione diretta: è una regola accettata.


King mostra con lucidità spietata quanto il consenso possa essere manipolato. Basta offrire una possibilità — anche minima, anche vaga — e le persone saranno disposte a sacrificare tutto.


In La lunga marcia non serve nemmeno lo spettacolo televisivo. Basta il rituale. Basta la tradizione. Basta l’idea che “è sempre stato così”.


Perché La lunga marcia fa più male


Questo romanzo colpisce in modo diverso rispetto ad altri libri di King. Non terrorizza. Non sorprende. Non sciocca. Sfinisce.


È una lettura che pesa, che si fa sentire nelle gambe, nel respiro, nella testa. Non ti chiede di tifare per qualcuno. Ti chiede solo di guardare. Di restare. Di camminare con loro.


E quando inizi a pensare non più a “chi vincerà”, ma a “chi cadrà dopo”, capisci che King ha vinto lui.


Considerazioni finali


La lunga marcia è lo specchio silenzioso de L’uomo in fuga.
Se uno grida, l’altro sussurra.
Se uno corre, l’altro avanza.
Ma entrambi raccontano la stessa verità: un sistema che non ha bisogno di essere cattivo, perché siamo noi ad adattarci.
È uno dei romanzi più duri di Stephen King. Non per ciò che mostra, ma per ciò che normalizza. E una volta terminato, lascia addosso una sensazione difficile da scrollarsi di dosso: quella di aver assistito a qualcosa di profondamente ingiusto… senza poter fare nulla per fermarlo.

Lascia un commento


Eilà!

Benvenuto nel nostro angolo segreto, dove le pagine prendono vita e le storie ti avvolgono come un caldo abbraccio (o un brivido lungo la schiena, a seconda di cosa stai leggendo!). Se anche tu non riesci a smettere di immergerti in nuove avventure, siamo felici di averti qui. Tra recensioni fresche, consigli imperdibili e qualche chiacchiera da lettori appassionati, c’è sempre qualcosa di interessante in arrivo. Pronto a scoprire il prossimo libro che non riuscirai a mollare? Noi siamo pronti a guidarti nel viaggio!🚀


Unisciti al club