Ci sono libri che rimangono nella lista dei desideri per anni, titoli che continuano a tornare alla mente per via di una copertina evocativa, di un passaparola insistente o semplicemente di quella sensazione che “prima o poi lo leggerò”. È stato così anche per Una di famiglia, il thriller di Freeda McFaddenche mi ha sempre incuriosita, soprattutto per quell’atmosfera apparentemente perfetta ma carica di inquietudine. Quando finalmente ho iniziato la lettura, mi sono ritrovata esattamente dove pensavo: dentro una storia scorrevole, capace di agganciare fin dalle prime pagine. Eppure, andando avanti, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Non in modo netto, non con un errore evidente, ma con una sensazione sempre più presente di disallineamento. Come se il romanzo stesse raccontando due storie diverse senza riuscire davvero a farle convivere.

Le aspettative erano alte, forse altissime, e questo sicuramente ha influito sull’esperienza di lettura. Ma il punto non è solo questo. Il problema è che Una di famiglia sembra promettere un certo tipo di thriller psicologico, per poi cambiare tono lungo il percorso, perdendo quella coerenza narrativa che avrebbe potuto renderlo davvero memorabile. È uno di quei libri che si leggono velocemente, senza fatica, ma che allo stesso tempo lasciano una strana sensazione di incompiuto.

Una trama che cattura, almeno all’inizio

La storia segue la nostra protagonista in difficoltà, alla ricerca di una nuova opportunità. Quando trova lavoro come governante in una casa elegante, abitata da una famiglia apparentemente perfetta, tutto sembra finalmente rimettersi in ordine. Il suo compito è semplice: prendersi cura della casa e della bambina, inserirsi in una routine quotidiana fatta di gesti silenziosi e presenza discreta.

Ma come spesso accade nei thriller domestici, dietro quella perfezione si nasconde qualcosa di disturbante. La casa diventa presto uno spazio ambiguo, quasi claustrofobico, in cui ogni dettaglio sembra avere un doppio significato. I comportamenti dei membri della famiglia iniziano a sollevare dubbi, piccoli segnali che insinuano il sospetto che nulla sia davvero come appare.

La narrazione in prima persona contribuisce a creare un senso di vicinanza con la protagonista, rendendo il lettore partecipe dei suoi pensieri e delle sue percezioni. È proprio questo uno degli elementi che funzionano meglio: la capacità di costruire un’atmosfera iniziale coinvolgente, fatta di tensione crescente e curiosità.

Personaggi e relazioni: il punto in cui qualcosa si rompe

Se la trama riesce a mantenere un certo livello di interesse, sono i personaggi e soprattutto le loro relazioni a rappresentare il punto più fragile del romanzo. La protagonista parte come un personaggio interessante, con una voce riconoscibile e una situazione personale che invita all’empatia. Tuttavia, andando avanti nella lettura, alcune sue scelte e reazioni risultano poco coerenti, quasi costruite più per esigenze di trama che per una reale evoluzione psicologica.

Anche gli altri personaggi si muovono su un equilibrio instabile. La figura di Nina resta volutamente ambigua, e questo potrebbe essere un punto di forza, se non fosse che spesso manca una vera profondità. Ma è soprattutto nel rapporto tra la protagonista e il marito della datrice di lavoro che emerge il problema più evidente.

Quella che dovrebbe essere una dinamica carica di tensione, ambiguità e potenziale inquietudine, finisce per assumere toni completamente diversi. I dialoghi diventano improvvisamente semplicistici, a tratti immaturi, e alcune interazioni sembrano appartenere a un altro genere, quasi a un romanzo rosa adolescenziale. È proprio qui che il libro cambia registro in modo netto, rompendo l’equilibrio costruito fino a quel momento.

Un thriller a metà: tra buone intuizioni e scelte discutibili

Dal punto di vista del thriller, Una di famiglia funziona… ma solo fino a un certo punto. La lettura è scorrevole, il ritmo è sostenuto e in alcune parti la tensione è costruita con efficacia. Tuttavia, manca completamente l’effetto sorpresa. Non perché il libro sia prevedibile fin dall’inizio, ma perché a un certo punto diventa chiaro dove vuole andare a parare.

Superata circa la metà del romanzo, iniziano a emergere indizi sempre più evidenti, e il lettore si ritrova a intuire con anticipo quello che verrà rivelato nel finale. Il problema non è tanto arrivarci, quanto il fatto che non ci sia un vero ribaltamento capace di rimettere tutto in discussione.

Il finale, infatti, risulta piuttosto scontato. Non del tutto immediato nelle prime pagine, ma progressivamente sempre più prevedibile. Questo toglie forza all’intera costruzione narrativa, lasciando la sensazione di qualcosa di già visto, già letto, già esplorato in molti altri thriller simili.

Ma il vero limite del romanzo non è la prevedibilità. È la mancanza di coerenza tra le sue componenti. Da una parte c’è un thriller costruito in modo discreto, dall’altra un elemento romance che sembra inserito senza la stessa cura. Non è il romance in sé a non funzionare: un intreccio sentimentale può arricchire un thriller, aggiungere profondità e complessità. Qui però succede il contrario.

Sembra di leggere un buon thriller interrotto da un romanzo rosa adolescenziale scritto male. Le due parti non dialogano tra loro, non si fondono, ma si alternano creando un effetto di discontinuità che spezza completamente l’atmosfera.

Questo porta a un tipo di disagio che non è quello voluto dal thriller. Non è tensione, non è inquietudine psicologica, ma una sensazione di straniamento, quasi di imbarazzo narrativo. Ed è proprio questo a indebolire l’intero libro.

Un romanzo divisivo: cosa funziona e cosa no

Una di famiglia è senza dubbio un romanzo molto popolare, e il suo successo dimostra che riesce comunque a coinvolgere un ampio numero di lettori. La scrittura è semplice, diretta, accessibile, e questo lo rende perfetto per chi cerca una lettura veloce e senza troppe complessità.

Tuttavia, è anche un libro profondamente divisivo. Da una parte ci sono lettori che apprezzano il ritmo e la struttura, trovandolo avvincente e difficile da mettere giù. Dall’altra, ci sono lettori che, come me, percepiscono chiaramente i suoi limiti: la prevedibilità del finale, la superficialità di alcune dinamiche e soprattutto questa strana fusione mal riuscita tra thriller e romance.

Non è una bocciatura totale, perché ci sono elementi che funzionano e che dimostrano una certa abilità nella costruzione della tensione. Ma è un libro che avrebbe potuto essere molto di più, se solo avesse mantenuto una linea narrativa più coerente e una maggiore profondità nei rapporti tra i personaggi.

Conclusione: una lettura veloce che non lascia il segno

Alla fine della lettura, la sensazione è quella di un’occasione mancata. Una di famiglia ha tutte le premesse per essere un buon thriller psicologico, ma non riesce a svilupparle fino in fondo. L’idea di base è interessante, l’atmosfera iniziale funziona, ma lungo il percorso qualcosa si perde.

Il risultato è un romanzo che si legge in fretta, che intrattiene per qualche ora, ma che difficilmente resta nella memoria. Le aspettative alte hanno sicuramente influenzato il giudizio, ma anche considerando questo, resta la percezione di un libro che non raggiunge davvero il suo potenziale.

Il mio voto finale è 5,5 su 10. Non completamente negativo, ma nemmeno sufficiente. Un thriller carino, con qualche buona intuizione, ma penalizzato da scelte narrative che ne compromettono l’equilibrio.

Una lettura che può incuriosire, ma che, almeno per me, non è riuscita a lasciare il segno.

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