Ci sono libri horror che puntano tutto sul mostro.

Mostrano sangue, inseguimenti, apparizioni improvvise, creature impossibili da dimenticare.

E poi esistono romanzi come La bambina che amava Tom Gordon, capaci di fare qualcosa di molto più difficile: prendere una paura assolutamente reale, concreta, profondamente umana, e trasformarla lentamente in un incubo psicologico da cui il lettore non riesce più a uscire.

Ho finito questo libro con addosso una sensazione stranissima.

Non quella tipica dell’horror classico, non il brivido immediato che svanisce appena si chiude il volume.

Piuttosto una malinconia inquieta, quasi umida, come se per qualche ora fossi rimasta anch’io intrappolata dentro quel bosco insieme a Trisha.

E credo sia proprio questa la forza incredibile di Stephen King: riuscire a trasformare qualcosa di apparentemente semplice nella cosa più terrificante del mondo.

Perché, se ci pensiamo davvero, in questo romanzo non accade quasi nulla.

Una bambina si perde nel bosco.

Tutto qui.

Eppure pagina dopo pagina il lettore inizia lentamente a sentirsi soffocare.

Gli alberi diventano troppo fitti.

I rumori troppo lontani.

La pioggia troppo fredda.

La fame troppo reale.

Il silenzio troppo grande.

E all’improvviso ci si rende conto che il vero horror del libro non è soltanto ciò che potrebbe nascondersi nel bosco, ma il bosco stesso.

La natura in questo romanzo non è romantica.

Non è il bosco fiabesco delle storie cozy autunnali.

Non è il luogo sicuro delle passeggiate nei pomeriggi di ottobre.

È qualcosa di antico, immenso, indifferente all’essere umano.

Stephen King riesce a ricordarci quanto la natura possa diventare terrificante nel momento in cui smette di essere controllabile.

E forse è proprio questo a rendere La bambina che amava Tom Gordon uno dei suoi libri più disturbanti.

Non ci troviamo davanti a una casa infestata o a un mostro chiaramente definito.

Ci troviamo davanti alla paura primordiale di perderci.

Di non sapere più dove siamo.

Di non riuscire più a trovare una strada.

Di essere completamente soli.

Il bosco come creatura viva

La parte più impressionante del romanzo è il modo in cui il bosco smette lentamente di essere soltanto un’ambientazione.

All’inizio sembra quasi innocuo.

Trisha si allontana dal sentiero per pochi minuti, convinta di poter tornare indietro facilmente.

Ed è una situazione così semplice da risultare credibile in modo inquietante.

Chiunque potrebbe perdersi.

Chiunque potrebbe fare un passo sbagliato.

Chiunque potrebbe sottovalutare la natura.

Ma più il romanzo avanza, più il bosco sembra trasformarsi in qualcosa di vivo.

Gli alberi sembrano chiudersi attorno a lei.

I sentieri scompaiono.

I rumori diventano ambigui.

Ogni ombra potrebbe nascondere qualcosa.

Ed è incredibile quanto Stephen King riesca a rendere fisica la paura.

Leggendo si sente quasi l’umidità sulla pelle.

Si sentono le punture degli insetti.

La fame.

La sete.

La stanchezza.

La febbre.

Il fango.

La nausea.

È un horror estremamente corporeo.

Non fa paura soltanto mentalmente.

Fa paura perché il lettore riesce quasi a sentire il deterioramento fisico di Trisha.

E questa scelta rende tutto molto più realistico.

Molto più vicino.

Molto più umano.

Gli Appalachi e il fascino oscuro del folklore americano

Una delle cose che ho amato di più del romanzo è l’atmosfera legata al Sentiero degli Appalachi.

Stephen King prende un luogo reale e lo trasforma lentamente in qualcosa di quasi mitologico.

E il bello è che gli Appalachi possiedono davvero un immaginario inquietante enorme.

Esistono leggende, racconti, storie di persone scomparse, testimonianze assurde, superstizioni tramandate per generazioni.

Chiunque abbia passato del tempo leggendo folklore americano sa quanto queste montagne vengano spesso associate a qualcosa di antico e inspiegabile.

Ed è proprio questa sensazione che attraversa tutto il romanzo.

Il bosco sembra custodire qualcosa.

Qualcosa che esisteva molto prima di Trisha.

Molto prima dei sentieri.

Molto prima delle persone.

Stephen King non ci mostra quasi mai apertamente il male.

Non ne ha bisogno.

Perché l’idea stessa di trovarsi da soli in un luogo tanto grande basta già a creare angoscia.

E credo che il romanzo funzioni così bene proprio perché tocca una paura ancestrale.

L’essere umano moderno è abituato ad avere sempre controllo.

Una strada.

Un telefono.

Una mappa.

Una luce.

Nel bosco tutto questo sparisce.

Rimane soltanto la natura.

E improvvisamente ci si rende conto di quanto siamo fragili.

Trisha McFarland: una protagonista incredibilmente reale

La cosa che rende il libro così potente è che Trisha non sembra mai un personaggio costruito artificialmente.

Sembra davvero una bambina.

Una bambina spaventata che cerca disperatamente di non crollare.

E Stephen King riesce a scriverla con una sensibilità sorprendente.

Non la rende mai un’eroina perfetta.

Trisha piange.

Ha paura.

Si arrabbia.

Commette errori.

Vorrebbe soltanto tornare a casa.

Ed è proprio questa fragilità a renderla così umana.

Durante la lettura ci si affeziona a lei in modo quasi doloroso.

Perché si percepisce continuamente quanto sia piccola rispetto al mondo che la circonda.

Il bosco sembra enorme.

Indifferente.

Quasi infinito.

E lei invece resta soltanto una bambina con una radio, fame e paura.

Ma è proprio qui che emerge tutta la forza del personaggio.

Perché Trisha continua ad andare avanti.

Anche quando non ha più energie.

Anche quando la febbre la confonde.

Anche quando inizia a non distinguere più la realtà dalle allucinazioni.

E credo che sia impossibile leggere questo romanzo senza tifare disperatamente per lei.

Tom Gordon e il bisogno umano di aggrapparsi a qualcosa

Tom Gordon è forse uno degli elementi più belli e malinconici del romanzo.

Perché non è soltanto un giocatore di baseball.

Diventa quasi un simbolo.

Una presenza mentale.

Una specie di luce lontana nel caos del bosco.

Trisha ascolta le partite attraverso la radio come se quelle voci potessero proteggerla.

E in un certo senso lo fanno davvero.

La radio diventa il suo ultimo legame con il mondo reale.

Con la normalità.

Con la casa.

Con la vita prima del bosco.

Ed è bellissimo il modo in cui Stephen King mostra quanto spesso gli esseri umani abbiano bisogno di piccoli rituali per sopravvivere mentalmente.

Per Trisha quel rituale è Tom Gordon.

È il baseball.

È la voce che arriva gracchiando nella notte mentre il bosco sembra volerla divorare.

In un libro pieno di paura e caos, Tom Gordon rappresenta qualcosa di stabile.

Qualcosa di familiare.

Qualcosa che le ricorda che esiste ancora un mondo fuori dagli alberi.

Subaudibile e il Dio dei Perduti

La parte più inquietante del romanzo resta però tutto ciò che riguarda Subaudibile e il cosiddetto Dio dei Perduti.

Ed è difficile persino parlarne senza provare quella sensazione di disagio che attraversa il libro.

Perché Stephen King costruisce questa presenza in modo quasi invisibile.

Non la mostra chiaramente.

La lascia insinuare tra i rumori del bosco, lo statico della radio, la febbre e le paure di Trisha.

E proprio per questo risulta terrificante.

Il lettore non sa mai davvero cosa stia succedendo.

Esiste davvero qualcosa nel bosco?

Esiste davvero una creatura?

Oppure tutto nasce dalla mente di una bambina esausta e terrorizzata?

Stephen King lascia volutamente il dubbio aperto.

E questa ambiguità trasforma il romanzo in qualcosa di molto più profondo di un semplice horror.

Il Dio dei Perduti sembra incarnare la paura stessa di sparire.

Di essere dimenticati.

Di diventare una delle tante persone che entrano nel bosco senza mai uscirne.

E più il romanzo avanza, più si ha la sensazione che il confine tra realtà e soprannaturale stia lentamente collassando.

Il bosco diventa quasi un luogo fuori dal tempo.

Un luogo dove tutto può esistere.

Oppure niente.

Perché questo è uno dei libri più sottovalutati di Stephen King

Credo davvero che La bambina che amava Tom Gordon sia uno dei romanzi più sottovalutati di Stephen King.

Forse perché è diverso dai suoi horror più famosi.

Più silenzioso.

Più lento.

Più psicologico.

Ma proprio questa sua delicatezza inquietante lo rende così memorabile.

Non punta sullo shock.

Punta sull’atmosfera.

Sulla paura lenta.

Sulla sensazione di isolamento.

Sul terrore di essere completamente soli davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.

Ed è un tipo di horror che resta addosso.

Anche dopo aver chiuso il libro.

Anche giorni dopo.

Perché dopo aver letto questo romanzo il bosco non sembra più lo stesso.

Il silenzio non sembra più innocuo.

E persino il rumore lontano di una radio può improvvisamente diventare inquietante.

Avatar Daniela Bimbi

Published by

Categories:

Lascia un commento