Ho letto “Tutto nasce per fiorire” lentamente.

Così lentamente che a un certo punto ho capito che non era colpa mia. Era proprio il libro a chiedermelo.

Demetra Costa ha scritto una storia che non vuole essere divorata. Non corre, non cerca continuamente il colpo di scena, non prova a tenerti incollato alle pagine attraverso la tensione narrativa. Fa qualcosa di molto più raro: ti chiede di fermarti.

E in un periodo in cui tutto sembra obbligarci ad andare più veloce, questo romanzo mi ha ricordato quanto possa essere bello abitare una storia invece di consumarla.

“Tutto nasce per fiorire” è un libro pieno di vite stanche, relazioni sbagliate, persone invisibili e dolori silenziosi. Ma è anche un romanzo incredibilmente caldo. Uno di quei libri che riescono a trovare conforto non nella perfezione, ma nell’umanità.

La protagonista, Vittoria Levante, è una delle figure più vere che io abbia incontrato negli ultimi tempi nella narrativa contemporanea italiana. Non è perfetta. Non è costruita per essere ammirata. Non è la classica protagonista brillante che riesce sempre a trovare le parole giuste o a prendere le decisioni migliori.

Vittoria è stanca. Disordinata. Impulsiva. Fa figuracce, inciampa continuamente nei propri pensieri, si trascina dietro relazioni che dovrebbe lasciar andare molto prima e vive in quel caos emotivo che tante persone conoscono bene ma che pochi romanzi raccontano davvero.

Eppure è impossibile non volerle bene.

Perché Vittoria possiede una qualità rarissima: riesce a vedere gli altri.

Lavora nei Servizi Sociali, relegati in un umido seminterrato chiamato “Sottozero”, un luogo che nel romanzo diventa immediatamente qualcosa di più di una semplice ambientazione. Il Sottozero è il simbolo delle vite dimenticate, delle persone invisibili, del dolore che la società preferisce ignorare. È il posto dove finiscono coloro che nessuno vuole guardare troppo a lungo.

Eppure proprio lì sotto continua a esistere umanità.

Vittoria non tratta mai le persone come pratiche burocratiche da sbrigare. Non le riduce a problemi da risolvere. Le ascolta. Si coinvolge. A volte troppo. Porta a casa il dolore degli altri, lo assorbe, se lo lascia addosso anche quando dovrebbe imparare a mettere dei confini.

Ed è forse questo il vero cuore del romanzo: il peso emotivo del prendersi cura.

Demetra Costa racconta il lavoro sociale con una delicatezza e una sincerità che raramente ho trovato in altri libri. Non lo romanticizza mai davvero. Ci mostra i tagli ai fondi, la stanchezza, la frustrazione, il senso di impotenza. Ma ci mostra anche quanto possa essere rivoluzionario, a volte, semplicemente restare accanto a qualcuno.

E qui entra in scena Giuseppe Berbenni.

Giuseppe è senza dubbio il personaggio che più mi è rimasto nel cuore.

All’inizio appare quasi sfuggente, difficile da leggere fino in fondo. Un uomo fragile, consumato dal dolore e dalla solitudine, che sembra vivere più nel passato che nel presente. Ma attraverso gli incontri con Vittoria il romanzo costruisce lentamente qualcosa di profondissimo.

Tra loro non nasce una relazione romantica nel senso classico del termine, eppure la connessione emotiva è così forte che per gran parte del libro ho davvero pensato che sarebbero finiti insieme.

Perché Vittoria e Giuseppe si vedono davvero.

Lui trova finalmente qualcuno disposto ad ascoltare il suo dolore senza trattarlo come un uomo ormai “finito”. Lei, invece, attraverso Giuseppe riscopre lentamente il significato più autentico del proprio lavoro e forse anche di sé stessa. E qui entra in gioco un pensiero, chi dei due a fine libro è fiorito grazie all’ altro?

La storia di Giuseppe è devastante nella sua semplicità. Il lutto per Amelia, il rapporto spezzato con il figlio Lorenzo, quella sensazione costante di essere rimasto indietro mentre il resto del mondo continuava ad andare avanti. Giuseppe è uno di quei personaggi che sembrano sopravvivere più che vivere.

Eppure, pagina dopo pagina, qualcosa dentro di lui ricomincia lentamente a muoversi.

La frase che mi ha completamente ribaltato il significato del romanzo arriva proprio verso la fine:

“Giuseppe Berbenni, in quel giorno d’estate, si sentì come un fiore che sboccia tra le rocce.”

Ed è lì che ho capito davvero il senso del titolo.

Per tutto il libro avevo pensato che “Tutto nasce per fiorire” parlasse soprattutto di Vittoria. Della sua crescita, del suo imparare a lasciar andare Mauro, della possibilità rappresentata da Giona. E invece no.

Il vero fiore che sboccia tra le rocce è Giuseppe.

Un uomo che aveva smesso di sentirsi vivo. Un uomo congelato dal dolore, dalla perdita e dalla solitudine. Un uomo che grazie alla presenza costante di Vittoria riesce lentamente a rifiorire.

E la cosa più bella è che il romanzo non trasforma mai questa rinascita in qualcosa di artificiale o miracoloso. Vittoria non salva Giuseppe con grandi gesti eroici. Lo salva restando.

Ascoltandolo.

Vedendolo.

Continuando a trattarlo come una persona degna di attenzione e umanità.

Ed è forse questo l’aspetto più potente del libro: ci ricorda quanto possa essere rivoluzionario sentirsi finalmente guardati davvero.

Anche Bergamo, nel romanzo, assume una presenza quasi viva. Le sue strade, la pioggia, i portici, gli scorci quotidiani diventano parte integrante dell’atmosfera. La città non è mai soltanto uno sfondo. È un rifugio malinconico, silenzioso, caldo nel suo essere imperfetto.

Tutto il libro ha quell’estetica da comfort malinconico che personalmente adoro. Cioccolata calda, vite stanche, persone rotte che continuano comunque a cercare un modo per andare avanti. Ma la cosa bella è che Demetra Costa non cade mai nell’estetizzazione forzata del dolore. Il comfort del romanzo nasce sempre dalle relazioni umane, mai dagli oggetti o dalle atmosfere costruite artificialmente.

Anche la storyline romantica mi ha lasciato sensazioni contrastanti ma interessanti.

La liberazione da Mauro, per esempio, è stata una delle parti più catartiche del romanzo. Mauro rappresenta perfettamente quelle relazioni che non fanno più bene ma da cui continuiamo a dipendere per abitudine, paura o semplice stanchezza emotiva. Quando Vittoria riesce finalmente a lasciarlo andare, il libro sembra respirare insieme a lei.

Giona, invece, entra nella storia quasi come una folata d’aria nuova. Il loro primo incontro, assurdo e goffissimo, cambia improvvisamente energia al romanzo e introduce una leggerezza diversa rispetto alla malinconia del Sottozero.

Devo però essere sincera: in alcuni momenti i dialoghi tra Vittoria e Giona mi sono sembrati un po’ troppo infantili rispetto alla maturità emotiva che il libro aveva costruito fino a quel momento. Vittoria, che con Giuseppe riesce a essere profondissima, intelligente e autentica, davanti a Giona a volte sembra trasformarsi in una versione molto più impacciata e adolescenziale di sé stessa.

Non è qualcosa che mi ha impedito di apprezzare il romanzo, ma è stato uno stacco di tono che ho percepito parecchio durante la lettura.

Eppure credo che anche questo faccia parte della natura profondamente umana di Vittoria. Perché spesso siamo molto più lucidi nel dolore che nell’amore.

La verità è che “Tutto nasce per fiorire” non è un libro perfetto. Ma è un libro sincero. E oggi, sinceramente, credo che la sincerità emotiva valga molto di più della perfezione narrativa.

È un romanzo che parla di persone invisibili, di seconde possibilità, di vite sgangherate e di quella capacità tutta umana di continuare a cercare calore anche dopo essere stati congelati dal dolore.

Ma soprattutto è un libro che insegna a rallentare.

A fermarsi.

Ad ascoltare.

A restare.

E forse è proprio questo che mi porterò dietro più a lungo di questa lettura: l’idea che a volte non servano grandi rivoluzioni per cambiare la vita di qualcuno.

A volte basta esserci.

Avatar Daniela Bimbi

Published by

Categories:

Lascia un commento